TITOLO DI INIBITORE E SUCCESSO DELL’ITI: GOOD RISK O BAD RISK?

La terapia ITI (Immunotolerance Induction) finalizzata all’eradicazione degli inibitori contro il fattore VIII è una valida strategia che raggiunge il pieno successo all’incirca nel 70% dei casi. Tuttavia, la ricerca scientifica continua incessantemente ad indagare incessantemente sul tema ITI e inibitori, con l’obiettivo di perfezionare il trattamento così da raggiungere una percentuale di successo sempre maggiore.

In particolare, negli ultimi anni si è assistito a un susseguirsi di studi finalizzati a identificare eventuali fattori che possono determinare il successo o il fallimento della terapia. In questo modo, è stato possibile classificare i pazienti con inibitori in due categorie distinte:

  • i pazienti “good risk”, ossia quelli in cui è altamente probabile che la terapia ITI si concluda con successo;
  • i pazienti “poor risk”, cioè quelli in cui il successo dell’ITI è meno probabile o potrebbe richiedere più tempo per il suo raggiungimento.

Uno dei fattori che sembrano influenzare le probabilità di successo dell’ITI è il titolo di inibitore, ossia la quantità di inibitori prodotta dall’organismo del paziente. Numerosi studi suggeriscono che minore è la quantità di inibitori prodotta dall’organismo, più alta è la probabilità di ottenere la completa eradicazione degli inibitori mediante ITI. La produzione di una quantità di inibitori relativamente bassa, infatti, è dovuta al fatto che il sistema immunitario si mostra meno reattivo contro il fattore VIII, e quindi più predisposto a ripristinare l’immunotolleranza.

In termini di quantità di inibitori prodotti, i pazienti “good risk sono quelli che presentano i seguenti valori:

  • picco storico di inibitori inferiore alle 200 BU/ml. Per picco storico si intende la quantità massima di inibitori mai rilevata prima dell’inizio della terapia ITI;
  • titolo misurato appena prima dell’inizio dell’ITI inferiore alle 10 BU/ml;
  • picco misurato dopo l’inizio dell’ITI inferiore a 100 BU/ml.

I dati presenti nel Registro Internazionale per l’Immunotolleranza (IITR, International Immune Tolerance Registry) mostrano chiaramente che la terapia ITI rappresenta un’arma efficace per l’eradicazione degli inibitori anche nei pazienti che rientrano nella categoria “poor risk”, ossia coloro i quali producono inibitori in quantità superiori a quelle sopra indicate, seppure con una percentuale di successo inferiore.

Ulteriori ricerche saranno fondamentali per approfondire le conoscenze sull’ITI e sui fattori che ne determinano il successo. Tali informazioni potrebbero rivelarsi preziose per perfezionare i protocolli terapeutici attualmente impiegati, così da incrementarne ulteriormente l’efficacia.

 

Fonti:

  • Valentino L. A. et al. US Guidelines for immune tolerance induction in patients with haemophilia A and inhibitors. Haemophilia (2015), 21: 559–567
  • Mancuso M. E. et al. Immune tolerance induction in hemophilia. Clin. Invest. (Lond.) (2015), 5(3): 321–335
  • Kempton C. L. et al. Toward optimal therapy for inhibitors in hemophilia. Blood (2014), 124 (23): 3365-3372
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Assenza di reazione immunitaria nei confronti di uno specifico elemento. Nel caso dell’emofilia, si parla di immunotolleranza quando l’organismo tollera la presenza del fattore VIII infuso durante la terapia, non lo percepisce come un elemento estraneo da neutralizzare, e quindi non produce anticorpi contro di esso (inibitori).

Anticorpi prodotti dal sistema immunitario del paziente affetto da emofilia, in seguito all’infusione del fattore VIII sostitutivo.

Gli inibitori riconoscono il fattore VIII infuso e vi si legano in maniera specifica, neutralizzandone l’effetto.